?Siria: quale destino per la rivolta

In Siria le proteste continuano ormai da mesi, ma non sono bastate a cambiare il regime politico. Panorama.it ha intervistato Ossamah Al Tawel, membro del comitato esecutivo del Coordinamento Nazionale Siriano all’Estero, per capire se l’opposizione siriana, che si è riunita a fine settembre a Berlino, riuscirà a trovare una soluzione per uscire da questo stallo.

Sono passati diversi mesi dall’inizio delle proteste e Bashar Al Assad è ancora presidente, come spiega questo insuccesso della rivolta?

Non direi che la rivolta non ha avuto successo. Il governo è stato costretto a varare alcune riforme e siamo riusciti a rompere il muro della paura. Prima della rivolta non si parlava di politica nemmeno tra fratelli, per paura che ci potesse essere una spia in famiglia. Questo succedeva addirittura tra i siriani all’estero. C’è chi, come me, ha passato un periodo nelle prigioni sirane per aver criticato il governo fuori dalla Siria.

Il governo, però, è ancora in piedi…

Il regime siriano non ha ripetuto gli errori di Mubarak e Ben Ali: ha espulso tutti i giornalisti stranieri dalla Siria e per reprimere la protesta ha impiegato soltanto alcune divisioni scelte, perlopiù composte da soldati che non provengono dalle città in rivolta.

L’esercito fino a ora è stato con il regime, salvo alcune diserzioni. Come pensate di guadagnare il consenso dei militari?

Le diserzioni sono state poche e questo peggiora la situazione. Si rischia di armare la rivolta e di spaventare la “maggioranza silenziosa” dei siriani che rifiuta la violenza. Per questo abbiamo preferito concentrarci sull’organizzazione di uno sciopero generale. Tuttavia è difficile convincere i siriani; negli ultimi mesi i prezzi dei generi di prima necessità sono aumentati e molte famiglie non possono permettersi di rinunciare a lavorare.

Come cercherete di convincere i membri delle minoranze religiose non sunnite, il 20-25% della popolazione, che temono che al regime di Assad possa seguire uno Stato Islamico?

In Siria ci sono settantadue religioni diverse e più di sei etnie. Sotto il regime siriano, le minoranze religiose sono libere di praticare la loro fede. L’appartenenza religiosa conta poco tra le persone comuni; tutti frequentiamo le stesse scuole e facciamo il servizio militare. Io stesso ho scoperto che il mio vicino era cristiano solo quando si è sposato. Questa situazione è però ormai compromessa dalla repressione del regime e non è più possibile tornare indietro. Per le minoranze religiose supportare Assad per paura della vendetta degli islamisti non può più essere un’opzione praticabile.

Oltre all’esercito e alle minoranze, il terzo pilastro del regime è la borghesia delle grandi città. Come tenterete di portarla dalla vostra parte?

La borghesia sunnita che vive nel centro di Aleppo e Damasco ha avuto molti vantaggi dal regime di Assad. Per guadagnare il loro consenso dobbiamo convincerli delle nostre intenzioni democratiche. L’idea del coordinamento è di ripartire proprio da loro e dalle minoranze per costruire la nuova Siria, evitando ogni estremismo religioso e politico.

Che cosa farete se la rivolta avrà successo?

Questo lo deciderà il popolo siriano con le elezioni ma, intanto, abbiamo creato una Costituzione parallela. In questo documento si traccia un futuro laico e democratico per la Siria. Tra i nostri membri ci sono professori, artisti, attivisti e altre personalità della società civile. Abbiamo svolto alcuni studi sul nostro Paese perché, a differenza della Tunisia e dell’Egitto, non vogliamo farci sorprendere dall’eventuale successo della rivolta. Abbiamo diversi attivisti in Siria che ci aiutano in questo lavoro: sette di loro sono stati arrestati durante una riunione segreta che si è svolta parallelamente al nostro incontro a Berlino di metà settembre

?Su questa Costituzione c’è l’accordo di tutti

I principali partiti concordano sulla Costituzione provvisoria che abbiamo scritto, ma va sottolineato che esiste un altro gruppo di opposizione, il Consiglio Nazionale siriano, del quale fa parte la Fratellanza Islamica. La mia impressione è che questo Consiglio sia stato appoggiato dagli Stati del Golfo che spingono per una soluzione Islamica per la Siria, anche perché temono che le proteste si estendano anche ai loro paesi. C’è da aggiungere che anche Stati Uniti e Turchia sembrano puntare su questo gruppo più che su di noi. Forse temono anche loro che la “primavera araba“, dopo la Siria, si possa estendere ai pozzi petroliferi del Golfo. Ora più che mai serve un’opposizione unita e per questo abbiamo chiesto ai Fratelli Musulmani di creare un coordinamento unico, vedremo nei prossimi mesi se sarà possibile.

التصنيفات : Articoli in italiano

الكاتب:syr2015

صوت المعارضة السورية الصادق

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